Oltre la superficie: Andy Warhol entra nella stanza di terapia

3–4 minuti

Ieri mattina mi sono regalata una “gita al museo”, la prima – tra l’altro – insieme a mia figlia. È stato un momento speciale e lo è diventato ancor di più quando mi sono resa conto che pur essendo lì in veste “Lucrezia” o “Mamma“, avevo con me – volente o nolente – anche gli “occhi” (o occhiali visto che sono miope!!!) da Psicologa.

L’universo sotto la mia – a questo punto triplice – lente era quello di Andy Warhol. Un artista universalmente riconosciuto come il padre della Pop Art, famoso per la serialità delle sue opere e i  colori accesi e vibranti. Eppure, dietro quella facciata patinata e apparentemente distaccata, si nascondeva una personalità estremamente complessa e stratificata.

Mentre osservavo le sue opere, mi tornava continuamente alla memoria lo splendido saggio di Olivia Laing, “Città sola”. Qui, l’autrice esplorava il tema della solitudine attraverso le vite di grandi artisti, tra cui proprio Warhol che della sua macchina fotografica e del suo fedele registratore portatile (che lui chiamava proprio “mia moglie”) aveva fatto la sua più grande difesa. Erano un’armatura, uno schermo protettivo per stare in mezzo agli altri rimanendo però sempre al sicuro da un contatto troppo intimo, troppo vulnerabile.

Aggirandomi tra le sale del Palazzo dei Diamanti pensavo a quanto questo meccanismo possa essere comune. Spesso usiamo l’apparenza, l’iper-produttività, il distacco o l’ironia per proteggere le nostre fragilità più profonde. Costruiamo corazze bellissime e colorate per non mostrare che dentro, a volte, ci sentiamo fragili o terribilmente soli.


Durante la mostra, due frasi di Warhol mi hanno fatto riflettere sul lavoro che faccio ogni giorno in studio con i miei pazienti.

“Uso tutto ciò che succede intorno a me (…) mi limito a guardare e osservare il mondo.”

Quante volte ci capita di metterci in modalità “osservatore”? Quando il mondo fuori o le relazioni si fanno troppo intense, spaventose o dolorose, la mente attiva un meccanismo di difesa naturale: si fa un passo indietro. Guardiamo la vita scorrere dall’esterno,  senza sentirci davvero coinvolti.

Ci convinciamo che così, non esponendoci, ci proteggiamo dal fallimento o dalla sofferenza. Ed è vero, sul momento funziona ma il prezzo da pagare è alto: diventiamo spettatori della nostra stessa esistenza, allontanandoci da ciò che proviamo e finendo per sperimentare quel senso di anestesia emotiva e di vuoto che ci fa sentire soli anche in mezzo a una stanza piena di persone.

“Sono sicuro che finirò per guardarmi allo specchio e non vedere niente. Mi dicono sempre che sono come uno specchio, e se uno specchio si guardasse allo specchio cosa potrebbe mai vedere?”

Questa seconda frase tocca un bisogno psicologico primordiale e vitale per l’essere umano: il rispecchiamento. Fin da quando siamo neonati, noi capiamo chi siamo guardando il volto di chi si prende cura di noi. Se la mamma o il papà ci guardano con amore, restituiscono al nostro cervello l’idea: “Io esisto, sono visibile, valgo”.

Quando questo rispecchiamento manca o è distorto, cresciamo con la sensazione di essere invisibili. Warhol si definiva uno specchio perché registrava e rifletteva la cultura di massa, non mostrando mai se stesso. Ecco allora che mi vengono in mente quelle persone che in studio mi raccontano di essere  bravissime a riflettere i bisogni degli altri, a fare sempre “la cosa giusta”, a compiacere il partner, i genitori o i colleghi per “natura” (…e per paura di essere abbandonate!). Sono specchi perfetti per gli altri ma quando si guardano dentro avvertono un senso di vuoto e si chiedono: “ma io, in mezzo a tutto questo, chi sono davvero? Quali sono i miei desideri?”.

Oltre la superficie….


Cominciare un percorso di psicoterapia (personale, familiare o di coppia) non significa necessariamente eliminare le nostre difese dal giorno alla notte. Le difese ci hanno protetto quando ne avevamo bisogno, proprio come le macchine fotografiche proteggevano Warhol. Non sono da demonizzare!

Significa, però, iniziare a guardare oltre la superficie. Significa smettere di fare solo da specchio per gli altri o di cercare disperatamente il proprio riflesso negli specchi altrui. Significa sedersi, fare un respirone e iniziare a guardare dentro lo specchio per riscoprire ed accettare chi siamo davvero, in uno spazio sicuro, accogliente e senza giudizio.

Io sono qui,

Dott.ssa Lucrezia Arienti

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.