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⚠️ Nota per chi ama le serie tv: questo articolo contiene importanti spoiler sulla trama e sul finale di The Bear. Se non l’avete ancora finita, salvate il post e tornate a leggerlo dopo l’ultimo episodio!

Carmy: “Lo stavo dicendo a tutti… ho guardato Marcus e mi sono sentito una merda.”
Richie: “Dovresti. Hai mollato.”
Carmy: “Forse non dovrei andarmene (…) Non lo so, è che Syd mi ha messo alle preparazioni. A tagliare le cipolle. E mi sento come quando ho iniziato nei ristoranti. Quando non pensavo a nient’altro. Non pensavo a stelle, temperature o tempi di cottura. È una cipolla: potrei fare quello, senza dover pensare a nulla”.
Richie: “È orribile.(…) forse ti piaceva stare in cucine in cui non pensavi a nulla perché non volevi pensare a nulla. Non pensare sempre a te stesso è un bene, ma non pensare a nulla è deprimente”.
La quarta puntata della quinta ed ultima stagione di The Bear comincia così.
Non scrivo sul blog da mesi eppure questa mattina ne ho sentito il bisogno. C’era qualcosa in quel dialogo che durante la notte ha “sedimentato”. Mi ha fatto pensare ai miei pazienti e alle sedute di questo mio periodo post-maternità. Rientrando in studio, rileggendo gli appunti e ricominciando a lavorare mi sono accorta di aver usato questo primo mese di rientro al lavoro non per “riprendere da dove ci eravamo fermati” ma per “ricominciare”. In terapia si parla spesso di cambiamento, di trasformazioni, di processi di co-costruzione… e si sa che questi non sono mai lineari. Questo vale sia dentro che fuori la stanza di terapia.
A volte, anche quando siamo noi a voler cambiare, qualcosa ci spinge indietro.

Una piccola premessa per chi non conosce la serie tv che cito nell’incipit: The Bear racconta la storia di “Carmy” Berzatto, un giovane chef di alta cucina che, dopo il suicidio del fratello, torna a casa per gestire la sgangherata paninoteca di famiglia. Nel corso delle stagioni, il locale si trasforma, diventando addirittura un ristorante che punta alla stella Michelin (“The Bear”, appunto). La vera trasformazione però è quella dei personaggi: la serie è un viaggio frenetico e profondamente umano, dentro i traumi familiari e, più in generale, la difficoltà di stare nelle relazioni. Al fianco di Carmy c’è Richie, l’amico d’infanzia del fratello, una figura inizialmente caotica che diventa nel tempo uno dei pochi specchi capaci di restituire a Carmy la verità su se stesso. Proprio come avviene nel dialogo che ho citato. Carmy ha finalmente preso la decisione di lasciare il ristorante (lo svela a Richie e Syd – la sua partner in cucina – nel finale di stagione precedente), di fare un passo verso la propria felicità, ma un attimo dopo viene assalito dalla vertigine.
Quella sensazione la conosco bene, è il panico da pagina bianca che si prova quando si decide, finalmente, di scegliere la propria strada e la propria felicità. In seduta lo vedo spesso: il momento in cui riusciamo a dire “questo non mi rende felice, voglio altro” non è quasi mai associato ad un sospiro di sollievo. Più spesso veniamo assaliti dalla paura dell’ignoto.
“Come si fa?” è probabilmente la domanda più pronunciata sul divano della stanza di terapia.
Carmy, spaventato dal futuro che ha appena scelto, dice: “torno a fare solo le preparazioni, mi metto lì a tagliare le cipolle“. Fermi tutti, torno indietro. Perché? Perché la sofferenza vecchia la conosciamo a memoria, ci è familiare e sappiamo come gestirla. È anche la veste in cui gli altri sono abituati a vederci.
Rimanere incastrati in un vecchio ruolo, in una vecchia “funzione” familiare o lavorativa, è rassicurante. Lì dentro sappiamo esattamente chi siamo e cosa si aspettano da noi. Cambiare pelle, invece, significa accettare di deludere il sistema, tollerare il senso di colpa di aver “mollato” il copione che qualcuno aveva scritto per noi (e in cui noi stessi abbiamo imparato a identificarci).

C’è un secondo inganno in quel “voglio solo tagliare le cipolle senza pensare a nulla”, ed è un meccanismo che vedo spessissimo in terapia: scegliere di sopravvivere invece di vivere.
Quando la realtà diventa troppo complessa, la mente ci propone una fuga rassicurante. Ci riempiamo le giornate di cose da fare, di scadenze, di doveri ripetitivi. Ci diciamo che lo facciamo per trovare un po’ di pace (o che non possiamo fare altrimenti), ma Richie glielo dice senza giri di parole: “non pensare a nulla è deprimente“. Smettere di desiderare, smettere di rischiare e spegnere il cervello per non sentire l’ansia del cambiamento non è serenità. È anestesia. Ci salviamo dal rischio di soffrire, sì, ma al prezzo di spegnere la nostra vitalità.
Scegliere la vita, quella vera, richiede invece il coraggio di stare fermi. Richiede di abbassare il coltello e di lasciare le cipolle sul tagliere, spesso in silenzio.
Nell’episodio precedente a questo scambio con Richie, Carmy fa un tentativo commovente di spiegare questo vuoto ai suoi colleghi (anche se c’è voluta Syd perché fosse con le spalle al muro, obbligato a vuotare il sacco). Si mette a nudo e dice:
“Non mi rende più felice. Sinceramente, non so se mi abbia mai reso felice. (…) guardo voi, voi l’amate profondamente. E io voglio provare la stessa cosa. Voglio svegliarmi e voglio amare qualcosa. Mi dispiace, vi voglio bene e mi dispiace”.
Prima di correre a chiederci “come si fa” a cambiare, dobbiamo avere il coraggio di chiederci “cosa mi va”, cosa desidero. Carmy per ora non sa dove sta andando, sa solo dove non vuole più stare. Ed è già tantissimo.
Nel suo libro Tradimento e Perdono, Giancarlo Francini scrive una frase che porto sempre nel cuore e che si incastra perfettamente in questo spazio sospeso:
“Quando ci si mette in ascolto della propria disperazione (…) pian piano, ci si accorge di essere vivi e di avere dei desideri”.
È questo l’invito che vorrei fare a Carmy, ai miei pazienti e a tutti quelli che stanno leggendo queste righe: non abbiate paura di sentire.
Finché non ci mettiamo in ascolto di quel dolore, di quel disorientamento o di quella disperazione, non potremo mai sapere cosa desideriamo, né potremo mai darci il permesso di cercarlo.
Forse il mio rientro in studio in questo periodo post-maternità, questo mio “ricominciare” anziché “riprendere da dove avevamo lasciato”, somiglia un po’ a tutto questo. Significa accettare che le vecchie funzioni non ci bastano più e che, per scoprire la nostra nuova forma e ciò che amiamo davvero, dobbiamo prima di tutto concederci il lusso di restare accesi. Di pensare. Di desiderare. Di essere vivi.

Bentornati.

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