Ieri sera ho visto al cinema The Iron Claw, regia di S. Durkin. Un film che mette, letteralmente, a tappeto. Ve ne voglio parlare perché lo trovo molto “didattico” per quanto riguarda alcuni temi psicologici e perché è, dal punto di vista puramente cinematografico, davvero ben fatto. Tuttavia mi sembra opportuno specificare che non so se ne consiglio la visione a tutti, tutti, tutti: lascia davvero sgomenti.
Si tratta di una storia vera (a quanto pare persino edulcorata!), quella della famiglia Von Erich: famigerata dinastia protagonista del mondo del wrestling professionistico tra gli anni ’70 e ’80.
È, in pratica, “la storia di un’ossessione per il successo, sul cui altare si può, anzi si deve, sacrificare ogni cosa. Una storia di fratelli inseparabili ma anche di figli lacerati, divorati dai padri” (1).
La trama: l’ossessione è quella di Fritz Von Erich, il patriarca. Prima una carriera interrotta nel football e poi la discesa nel mondo del wrestling. Passano gli anni ma l’ossessione per il successo non sembra diminuire, tant’è che porta i suoi stessi figli a lottare sul ring: Kevin (Zac Efron), campione NWA, David (Harris Dickinson), Kerry (Jeremy Allen White) e infine Mike (Stanley Simons). Tuttavia, sopra i Von Erich, alleggia una maledizione ereditata dal cognome della nonna paterna. O almeno di questo è convinto Kevin.
Quali sono i temi psicologici che ho intravisto in questo film?
Primo su tutti: l’inganno.
Se ci pensiamo il wrestling, di per sé, è un inganno. Nella prima metà del film Pam chiede a quello che diventerà poi suo marito, Kevin: “non è tutto finto?”. L’inganno però sta anche nella promessa del padre a questi figli: la soluzione di tutto è il successo, diventare grandi, grossi e forti. L’evitamento della fragilità, della vulnerabilità, della debolezza come panacea di tutti i mali.

I Von Erich combattono e difendono l’onore familiare a suon di sberle, urla e allenamenti intensivi ma la liberazione promessa si rivela ben presto una bugia che incatena i figli ad un triste destino, quello di vittima sacrificale. A che scopo? Quello di portare a casa quella Maledetta Cintura, conquistando (forse) l’orgoglio e la stima del padre. “La presa di ferro da cui il film prende il titolo, oltre ad essere la teatrale fatality con la quale i fratelli Von Erich ponevano fine ai loro combattimenti, diventa l’incomunicabilità e l’atteggiamento opprimente di un genitore che non conosce empatia, ma solo classifiche di gradimento” (2).

«Ora tutti sapete che Kerry è il mio preferito, poi viene Kevin, poi David e infine Mike. Ma la classifica può sempre cambiare»
La figura di Fritz Von Erich è pesante, ingombrante, spaventosa. Non solo come padre ma anche come uomo. Apro una piccola parentesi sulla figura della madre, spesso dimenticata nelle recensioni che ho letto fino ad oggi. Che ruolo ha Doris J. Smith in questa famiglia? Come ci si sente ad essere moglie di quest’uomo e madre di questi figli? E cos’è Doris, oltre a moglie e madre di lottatori? Non sappiamo molto ma da quello che emerge dalla pellicola posso permettermi di fare un affondo: entrambi i genitori sembrano essere emotivamente incompetenti. Stefania Andreoli in “Perfetti o Felici” (BUR Rizzoli), parla di genitori simili, dicendo che “hanno fattezze da adulti, ma in realtà nei loro corpi abitano dei bambini, che hanno figli cui chiedono di diventare un soddisfacimento per i loro bisogni”. Genitori che non sono capaci di comprendere le necessità emotive dei loro figli, figuriamoci sintonizzarcisi, “perché non capiscono nemmeno le proprie” (3).
Questa riflessione mi porta ad un secondo tema: il viaggio complesso verso l’autenticità. Quattro fratelli che sembrano più che altro delle marionette. Addestrati ad una lealtà feroce verso la famiglia. Strumenti per il fragile senso di autostima e di Sè degli adulti (che dovrebbero essere punti di riferimento, e invece….). Mezzi per raggiungere obiettivi mancati dai loro genitori. Chissà chi sarebbero diventati Kevin, Kerry, David e Mike se avessero avuto spazio per esplorare ed esplorarsi. Chissà. Non lo potremo mai sapere, l’ho detto che questo film stende.
Un ultimo tema che vorrei toccare è quello della fratellanza.
Minuchin (1974) diceva che il rapporto tra fratelli equivale al primo vero e proprio laboratorio sociale. Ci si sperimenta nella relazione: ci si appoggia, ci si isola, ci si accusa reciprocamente e/o si impara l’uno dall’altro. Si impara a negoziare, a cooperare e a competere. Di questo, i fratelli Von Erich, hanno senz’altro avuto l’opportunità.
De Bernart e altri autori aggiungono: “le funzioni che ogni fratello svolge nell’ambito della famiglia dipendono in gran parte da ciò che nel tempo egli acquisisce come suo ruolo e sua identità” (4). Nelle famiglie sane i ruoli e le funzioni vengono assegnati e modificati in modo flessibile e questo garantisce la possibilità di crescita per tutti. Se, invece, una posizione funzionale diventa stabile (per richiesta di uno o entrambi i genitori, con la complicità o meno dei fratelli) ci si prepari a far spazio all’arrivo di un sintomo psicopatologico. Secondo voi nella famiglia Von Erich che succede? I fratelli finiscono per avere tutti la stessa funzione, indifferenziata, e quando la “perdono” (per una sconfitta sul ring o nella vita), rischiano di perdere anche la lealtà tra di loro.

Potrei andare avanti ma mi devo fermare. Spero che queste riflessioni possano avervi incuriosito. Come al solito, lascio qui sotto alcuni link per approfondire. Io, alla luce di tutto questo rimestamento interiore, ho deciso di cominciare un nuovo libro per esplorare un altro tema suggeritomi da questo film : la vulnerabilità maschile. Qual è il libro in questione? Questo qui: “Emozioni invisibili” di Michael E. Addis. Giunti Editore. 2013.
Se qualcuno ha altre opere da consigliarmi, sono tutta orecchie!
Grazie a chi è arrivato fino a qui, sarebbe davvero bello poter leggere cosa ne pensate: avete visto il film? vi è piaciuto?
A presto,
Dott.ssa Lucrezia Arienti
Per approfondire:
il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=mZ7Ab5BT_oQ
(1) G. Arnone su cinematografo.it
(2) Mr. Rabbit su meganerd.it
(3) Perfetti o Felici – S. Andreoli – BUR Rizzoli
(4) “L’importanza di essere fratelli” – R. De Bernart, M. Ferrara, S. Pecchioli.

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